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Sentirsi in colpa, senza aver fatto nulla


Dott. Danilo Toneguzzi

 

Il senso di colpa è un’emozione particolarmente opprimente. Il disagio che comporta è legato al fatto che impedisce la gioia: quando ci sentiamo in colpa, infatti, è difficile, se non impossibile, sentire il diritto di essere spensierati, leggeri e contenti. Inoltre, il senso di colpa evoca la punizione, per cui, oltre all’oppressione, c’è sempre un fondo di ansia, per la paura, appunto, di meritare una punizione.


Il senso di colpa è normalmente attivato dalla sofferenza di qualcun altro: ci sentiamo in colpa, infatti, quando il nostro comportamento fa star male qualcuno e segue, quindi, la consapevolezza della causa-effetto del nostro agire: se facciamo qualcosa che genera sofferenza, allora ci sentiamo in colpa. È sufficiente che immaginiamo o pensiamo di aver generato sofferenza per sentirci in colpa: questo significa che il senso di colpa non è mai disgiunto dalla consapevolezza - reale o immaginata - della sofferenza che possiamo aver provocato a qualcun altro. Però non è sempre così.


È esperienza frequente, infatti, quella del sentirsi in colpa anche senza aver fatto qualcosa che ha generato sofferenza: in terapia, ad esempio, molte persone portano questo disagio e riferiscono di provare sensi di colpa, “senza sapere bene perché”. Qualcuno sente che non può essere felice, che non merita di aver successo, che non può pensare veramente alla propria realizzazione perché ha come una sottile sensazione di colpa, o ha paura di sentirsi in colpa se, nella vita, accumula e realizza di più di quello che ha. Queste persone, tendenzialmente, si negano, quindi, il diritto di essere felici, vivono una vita di sacrificio e volano molto più basso di quello che effettivamente potrebbero. Per quale motivo? Per i sensi di colpa… Ma quale colpa, se, di fatto, non hanno commesso nulla che giustifichi un simile sentimento? È importante, quindi, conoscere tutti i meccanismi da cui si genera il senso di colpa, altrimenti i conti non tornano, con il rischio di condurre una vita ben al di sotto delle proprie possibilità.


Ebbene, dobbiamo sapere che il senso di colpa non si genera soltanto da un comportamento che genera sofferenza: se mi sento in colpa per aver fatto soffrire qualcuno, il senso di colpa, in questo caso, è adeguato e non stupisce. Ma, quando non è in relazione al nostro comportamento, in questo caso si genera da un altro meccanismo, che è quello del confronto. In quanto esseri sociali, noi esseri umani, ci confrontiamo continuamente: possiamo dare più o meno peso al confronto, ma è abbastanza difficile prescindere completamente dal confronto con gli altri - a meno che non diventiamo totalmente insensibili ai nostri simili. Così, dal confronto, si genera una sorta di bilancio: percepiamo chi ha di più e chi ha di meno, chi sta meglio e chi sta peggio, chi è avvantaggiato e chi è svantaggiato. E da questo bilancio, ne derivano, inevitabilmente, dei sentimenti correlati: se mi sento svantaggiato rispetto all’altro mi sento “in credito”; se mi sento avvantaggiato rispetto all’altro mi sento, invece, “in debito”.


Sentirsi in debito e sentirsi in credito derivano da una sensibilità alla giustizia, che è intrinseca nella nostra natura sociale e che è funzionale al ripristino dell’equilibrio: quando ci sentiamo in credito, siamo spinti, infatti, ad ottenere giustizia, mentre, quando ci sentiamo in debito, siamo spinti a sdebitarci. E il punto è proprio questo: emotivamente parlando, “sentirsi in debito” corrisponde al “sentirsi in colpa”, per cui è sufficiente percepire qualcuno come svantaggiato, per sentirsi in debito, cioè in colpa! Non serve aver fatto nulla di male: è sufficiente percepirci come avvantaggiati rispetto a qualcuno per sentirci in colpa. Razionalmente, da adulti, sappiamo che non abbiamo nessuna colpa, ma emotivamente, soprattutto da bambini, la sensazione del debito prevale, e con essa, la sensazione della colpa, e con essa la sensazione di non aver diritto e di non meritare avere di più.


Se, ad esempio, un bambino cresce in una famiglia dove gli vengono fatti pesare tutti i sacrifici che i genitori hanno fatto per farlo crescere, oppure dove c’è qualcuno che soffre o è ammalato, magari un genitore o un fratello, sarà molto difficile crescere a prescindere dalla continua sofferenza percepita intorno a lui, che lo farà sentire avvantaggiato rispetto a qualcun altro. Non dovrà fare nulla di male: è sufficiente essere normale per essere avvantaggiato, cioè in debito, cioè in colpa nei confronti dell’altro. Ecco che allora, da adulto, pur sapendo razionalmente di non essere una persona cattiva, quel bambino potrà finire per dire: “Non so perché, ma mi sembra di essere colpevole solo per il fatto di essere al mondo. Mi sembra di dover pagare anche l’aria che respiro…”.


Sentirsi in colpa, senza aver fatto nulla, è, quindi, causato dal meccanismo del confronto, da cui è difficile prescindere, come esseri umani. È importante riconoscere questo meccanismo, altrimenti ne subiamo passivamente l’effetto; e per difenderci da questi sensi di colpa inconsapevoli saremo spinti in due possibili direzioni: l’insensibilità o l’espiazione. Per difendersi dai sensi di colpa, quel bambino diventerà un adulto freddo ed insensibile alla sofferenza degli altri, probabilmente un narcisista che penserà solo a sé, incapace di riconoscere le sue responsabilità; oppure quel bambino diventerà un adulto sacrificale, schiacciato del senso del dovere, impossibilitato a pensare a sé e alla sua realizzazione. Due direzioni istintive e inconsce, ma nessuna delle due, di fatto, rappresentano una soluzione risolutiva.


L’unica possibilità alternativa all’insensibilità e all’espiazione è quella di reggere e rispettare la sofferenza dell’altro; provare dispiacere per l’altro, senza giudizio né per sé ne per l’altro: la compassione come una delle forme più alte di amore. Questo è francamente difficile, se non impossibile, per un bambino, ma è possibile come adulti: è necessario riconoscere questi meccanismi e non scappare dalla consapevolezza dei destini differenti; la comprensione ed il rispetto, poi, saranno ciò che farà spazio alla possibilità sentita di essere felici e di poter realizzare una vita gioiosa, pur sapendo che non per tutti sarà così.

 

Dott. Danilo Toneguzzi

 
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