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Quando da 2 si diventa 3 (seconda parte)


Dott. danilo Toneguzzi

 

Nella prima parte di questo articolo, abbiamo evidenziato come la nascita del primo figlio rappresenti un passaggio di vita decisivo nella vita di un individuo e nella storia della relazione di coppia. La nascita del primo figlio, infatti, è un evento che segna un punto di non ritorno sia per l’individuo che per la coppia; e tale cambiamento è uno dei passaggi che normalmente rappresentano e descrivono il ciclo di vita dell’individuo e della famiglia. Come tutti i cambiamenti, anche questo passaggio, da due a tre, comporta delle sfide - e quindi delle criticità - che, nello specifico, sono determinate proprio da ciò che produce la nascita del primo figlio, ovvero un cambiamento del sistema.


La nascita del primo figlio segna, di fatto, l’inizio della famiglia, un sistema complesso, composto da diversi sottosistemi. Un primo ordine di problemi è legato proprio al fatto che la relazione tra i partner, con l’arrivo del figlio, da inizio ad una nuova relazione: quella tra la mamma e il papà. Le due persone sono ovviamente le stesse, ma i ruoli in quanto genitori sono così differenti che implicano un modo di essere completamente diverso: sono, cioè, vere e proprie identità diverse. E la relazione tra le due nuove identità è, a tutti gli effetti, una nuova relazione.


A questo proposito, dobbiamo comprendere che ogni relazione, perché sia funzionale, deve essere impostata in un certo modo. Im-postata significa che ognuno degli interlocutori ha un suo ruolo, o posizione, bene preciso. Nella relazione di coppia, l’impostazione prevede la relazione tra partner e partner: ognuno, cioè, si relaziona all’altro nella sua identità di partner. Nella relazione genitoriale, invece, l’impostazione prevede la relazione tra padre e madre: ognuno, cioè, si relaziona all’altro nella sua identità genitoriale che, però, è iniziata di fatto appena dopo la nascita del primo figlio e che, quindi, deve appena costituirsi, formarsi e consolidarsi nel tempo. La coesistenza di queste due relazioni, o di questi due sottosistemi, rappresenta la sfida più importante nel cambiamento del sistema da due a tre. Prima c’era solo una relazione, ora ce ne sono due e devono trovare spazio entrambe.


Proprio nell’inizio di questa nuova relazione - quella come genitori - troviamo anche il secondo ordine di problemi, che è legato alla considerazione reciproca. Dal momento che crescere un figlio non è uno scherzo, abbiamo ovviamente un grande carico di aspettative, sia sull'altro che su noi stessi. Di fatto, fintanto che non nasce un figlio non sappiamo cosa significhi accudirlo e crescerlo, non sappiamo come reagiremo nelle varie situazioni e non sappiamo se saremo in grado di rispondere sempre adeguatamente. Certamente possiamo vedere tanti esempi e possiamo farci tante idee, ma, di fatto, fintanto che non entriamo nell’esperienza non lo sappiamo per certo. Le aspettative, quindi, sono alte sia per l’altro che per noi stessi. E le aspettative significano possibili giudizi.


La considerazione che abbiamo di noi stessi e dell’altro, quindi, è l’altro aspetto potenzialmente problematico nel momento in cui si passa da due a tre. L’impegno che comporta l’accudimento di un figlio sollecita il senso di riuscire o di non riuscire, di essere adeguati o di non esserlo; è un passaggio di crescita: dobbiamo diventare più grandi e assumerci un onere maggiore in termini di attenzione e responsabilità. Da questo punto di vista è un passaggio determinante nella vita dell’individuo che, come tutti i passaggi di crescita, da un lato spinge nella direzione di un sé più integrato, ma dall’altro porta a galla i nodi irrisolti legati sia ai modelli genitoriali avuti nella propria storia sia alle paure nei confronti dei nuovi compiti.


Di fatto, sulla base di ciò che abbiamo sperimentato come figli, durante il nostro sviluppo consolidiamo gradualmente un’idea come dovrebbe essere un genitore: giudichiamo negativamente quei modi di essere che abbiamo visto nei nostri genitori e che ci hanno fatto soffrire, così come assorbiamo inconsciamente valori e convinzioni da essi. In ogni caso, abbiamo un ideale di come dovrebbe essere un padre e di come dovrebbe essere una madre, e sulla base di questi ideali iniziamo a giudicare noi stessi e il nostro partner, nel suo modo di essere genitore. Purtroppo, come è facile supporre, non sempre queste aspettative ideali vengono attese, né da noi stessi, né dall’altro.


Ecco, quindi, che inizia l’ansia da prestazione, oppure la critica nei confronti dell’altro o, ancora più spesso, entrambe. La considerazione è un aspetto così importante in una relazione che, se viene minata in un qualche modo, cambia la qualità della relazione stessa, oppure ne pregiudica la sua riuscita: quando nasce il primo figlio, quindi, è fondamentale che, oltre a fare spazio alla relazione genitoriale, ci sia anche una sufficiente considerazione reciproca come genitori. La sfida, quindi, è costruire una nuova relazione che possa abitare e convivere bene con la prima, quella coniugale: dopo esserci presi come partner, dobbiamo riuscire a prenderci anche come genitori; e questo è già difficile di per sé. Se, poi, la relazione di coppia presenta a monte già delle problematiche, ecco che la seconda, quella genitoriale, rischia ancora di più di portare inevitabilmente i nodi al pettine.


Di fronte a queste criticità è difficile identificare ricette semplici e miracolose, anche perché ognuno porta un bagaglio dalla propria storia e carica il ruolo genitoriale con significati unici e personali. Probabilmente, però, la consapevolezza e l’umiltà sono due qualità di grande aiuto: innanzitutto dovremmo comprendere questi meccanismi, fare attenzione alle varie dinamiche e non dare tutto per scontato, in secondo luogo sarebbe molto importante restare collaborativi con colui o colei assieme alla quale abbiamo deciso di varcare questo passaggio di vita. Normalmente il maschile, in questo frangente, ha molto da imparare dal femminile, ma non lo sa; mentre il femminile deve accettare che il senso di accudimento viscerale, tipicamente materno, non appartiene al maschile nella modalità che la natura ha donato alla donna e soprattutto non negli stessi tempi. La comunicazione collaborativa resta, quindi, lo strumento privilegiato per evitare che la relazione di coppia si infranga in questo passaggio che, se attraversato insieme aiutandosi reciprocamente, può rappresentare, piuttosto, un trampolino per una relazione ancora più piena e soddisfacente.


Nel passaggio da due a tre, quindi, la sfida probabilmente più importante è rappresentata dal riuscire a tenersi come coppia mentre si impara a prendersi anche come genitori.

 

Dott. Danilo Toneguzzi

 
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