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Quando da 2 si diventa 3 (prima parte)


Dott. Danilo Toneguzzi

 

Nella vita accadono molti cambiamenti, alcuni piccoli e insignificanti, altri ben più rilevanti a tal punto da cambiare il decorso stesso della vita; alcuni cambiamenti possono spostare l’esistenza intera in una linea più favorevole, altri, invece, possono essere drammatici e rovinare in maniera irreparabile la vita di un individuo o di una famiglia. In ogni caso, certi cambiamenti giungono inaspettati e imprevedibili, altri, invece, fanno parte della normale evoluzione della vita e vengono scelti dall’individuo nel suo cammino esistenziale.

La vita, per certi versi, è un cambiamento continuo: ognuno cerca di dare forma alla sua esistenza disegnando un suo percorso unico e irripetibile; però ci sono dei passaggi che si possono considerare come parte del ciclo normale dell’esistenza e che vengono universalmente riconosciuti come tappe fondamentali della vita, tradizionalmente intesa. Dentro questa logica sono normali i cambiamenti che descrivono lo svolgimento dell'esistenza secondo certe fasi, che descrivono, cioè, il processo di sviluppo dell’individuo lungo tutto l’arco della vita; tali cambiamenti, da una fase all’altra, rappresentano dei momenti di passaggio, i cosiddetti passaggi di vita. Ad esempio, il passaggio dall'infanzia all'adolescenza, il passaggio dal vivere con i genitori al vivere in autonomia, il passaggio dall’attività lavorativa alla pensione, ecc.

La psicologia del ciclo di vita descrive bene tutto questo e ci offre una visione della vita come di un processo che ha un suo inizio, una sua evoluzione e un suo termine: ogni fase ha determinate caratteristiche, è focalizzata su specifici bisogni e presenta particolari sfide; camminando di fase in fase, l’individuo cresce, si sviluppa e integra vari aspetti del sé. Da questo punto di vista, la vita è orientata in una certa direzione e i vari passaggi di vita rappresentano, quindi, dei punti di non ritorno, come se la vita ci portasse a mantenere sempre una certa direzione. Infatti, si possono riscontrare molte situazioni problematiche e di sofferenza legate alla difficoltà nel passaggio da una fase all’altra, oppure alla mancata integrazione di alcuni aspetti tipici di una determinata fase.

Uno dei passaggi di vita più particolari è quello nel quale si passa da due a tre, ovvero quando una coppia mette al mondo il primo figlio. All’interno del cosiddetto ciclo della famiglia, la nascita del primo figlio è l’evento che sancisce a tutti gli effetti la configurazione del sistema denominato famiglia: la coppia ne è il presupposto e il primo figlio è colui che cambia il sistema della coppia nel sistema della famiglia. La nascita del primo figlio è un evento che segna un passaggio di vita tra i più significativi e, come tale, è un passaggio senza ritorno: dopo che un individuo diventa genitore, infatti, non può più ritornare nella condizione precedente; anche nella peggiore delle ipotesi, ovvero quella di perdere il figlio, infatti, quell’individuo non può più percepirsi come si percepiva prima di aver messo al mondo il figlio. La nascita di un figlio, quindi, è un cambiamento sostanziale nella vita di un individuo; ma la nascita del primo figlio è un evento sostanziale anche nella relazione di coppia e, se rappresenta un punto di non ritorno nella vita dell’individuo, non di meno è un passaggio di non ritorno nella storia della relazione di coppia.

La nascita del primo figlio è uno dei momenti più critici nella relazione di coppia; generalmente parlando, è un passaggio scelto e desiderato, e come tale può essere bellissimo, ma non di meno presenta rischi e difficoltà difficili da gestire: molte coppie, infatti, non riescono in questo passaggio e vengono a perdere la qualità della relazione che avevano come coppia. Molte coppie falliscono proprio a causa di questo passaggio non riuscito: magari vanno incontro alla separazione molti anni dopo, ma i semi della separazione hanno le loro radici proprio nella nascita del primo figlio.

Perché è così difficile il passaggio da due a tre?

Per comprendere le possibili difficoltà, bisogna sapere che un sistema familiare è formato da diversi sottosistemi, che sono rappresentati dalle singole relazioni tra i membri. Così c’è la relazione tra mamma e papà, c’è la relazione tra la mamma e il figlio, c’è la relazione tra il papà e il figlio, così come c’è la relazione tra tutti e tre assieme: tutte queste relazioni sono sottosistemi che, nel loro complesso, formano il cosiddetto sistema familiare. Ma, per complicare un po’ la faccenda, dobbiamo sapere che la anche la relazione stessa tra i partner, nel momento in cui nasce un figlio, cambia, nel senso che da una relazione diventano due. I due partner, infatti, iniziano una nuova relazione per il fatto che la nascita del figlio li fa assumere una nuova identità, ovvero quella del genitore. Così, se fin da prima della nascita del figlio i due partner si relazionavano come partner, dopo la nascita del figlio iniziano a relazionarsi anche come genitori: con la stessa persona, ad una relazione se ne aggiunge una seconda. Così si creano due sottosistemi nella coppia: il sistema coniugale e il sistema genitoriale.

Il sistema coniugale rappresenta la relazione nella quale le due persone si incontrano come partner. Questo è il sistema che è nato nel momento in cui le due persone si sono conosciute, si sono piaciute e hanno deciso di mettersi insieme e relazionarsi come coppia. Il sistema genitoriale, invece, rappresenta la relazione nella quale le due persone si incontrano come genitori, cioè come mamma e come papà. Si incontrano in un nuovo ruolo, in una nuova identità, che non c’era prima e che è nata soltanto nel momento in cui è nato il primo figlio. Così entrambi possono incontrare l’altro in due identità differenti: possono incontrare l’altro come partner oppure come genitore, e non è proprio la stessa cosa…

Nel momento in cui nasce il primo figlio, la coppia deve, quindi, fare spazio al piccolo, ma deve fare spazio anche alla nuova identità del partner; ognuno deve iniziare ad incontrare e conoscere l’altro come mamma o come papà del piccolo e cominciare a costruire una nuova relazione, quella tra i due genitori del piccolo. Di fatto, non è possibile fare spazio al piccolo senza fare spazio al ruolo o all’identità genitoriale dell'altro e senza assumere in prima persona, al tempo stesso, il ruolo del genitore. Insomma, quando nasce il piccolo, non nasce solo una nuova creatura ma nasce anche un altro con cui ci dobbiamo rapportare: la mamma o il papà del piccolo. Ed è proprio questo il passaggio difficile: dobbiamo iniziare una nuova relazione con qualcuno che già conosciamo, ma che non conosciamo da questo nuovo punto di vista, quello come genitore; e lo stesso vale nella relazione con noi stessi, perché dobbiamo iniziare a sperimentarci e a conoscerci nella nuova identità di genitori.

Quali sono i possibili problemi o punti difficili?

Un primo problema possibile è legato al fatto che quella che inizia dopo la nascita del primo figlio è una relazione nuova in tutti i sensi. Si pensa normalmente che è la stessa relazione che continua, mentre non è così: la relazione di coppia è una relazione, quella genitoriale è un’altra; un errore tipico è proprio quello di continuare a rapportarsi come coppia e non come genitori. Ad esempio, qualcuno può avere difficoltà a mettere nello sfondo, temporaneamente, la relazione di coppia per fare spazio alla relazione genitoriale: rapportarsi all’altro come papà o come mamma del piccolo può generare la paura di perdere l’altro come partner.

Il fatto è che le due relazioni, quella coniugale e quella genitoriale, sono veramente differenti e passare da una all’altra non è per nulla facile: la relazione coniugale è una relazione esclusiva, dove non sono ammessi “terzi” e dove la gelosia è in un qualche modo espressione dell’esclusività; ma la relazione genitoriale deve essere, invece, inclusiva; nella relazione genitoriale, infatti, non è ammessa la gelosia, che inevitabilmente andrebbe a minare la collaborazione tra i due genitori. In questo caso, che descrive tipicamente una dinamica maschile, la paura di perdere il partner comporta un rifiuto ad entrare pienamente in relazione come genitori. Ad esempio, spesso succede che lui, preoccupato di perdere la sua compagna, non ascolta veramente i bisogni di lei in quanto mamma: facendo così, però, la mamma sente che il papà “non c’è”, e può essere uno degli inizi della fine. Infatti, se la mamma sente che lui non c’è, o non c’è abbastanza come papà, sarà costretta a sopperire e fare ancora di più la mamma, alimentando inevitabilmente le paure di lui, e dando inizio ad un circolo vizioso che renderà sempre più difficile costruire una buona relazione come genitori e che minerà la qualità anche della relazione come partner.

Un primo ordine di problemi, quindi, è legato alla sfida di sviluppare e abitare due relazioni con la stessa persona. Un secondo ordine di problema è legato, invece, alla considerazione reciproca. Ma questo aspetto sarà trattato nella seconda parte.

 

 

Dott. Danilo Toneguzzi

 
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