Questo sito utilizza cookies per migliorare servizi e informazioni. Continuando la navigazione se ne accetta l'utilizzo. Maggiori informazioni al link Cookies

Perché la solitudine fa così paura?


PERCHÈ LA SOLITUDINE FA COSÌ PAURA?
(Video 07:53)
Dott. Danilo Toneguzzi

La solitudine è sicuramente una delle esperienze più temute dagli essere umani; e, quando parlo di solitudine, intendo il fatto di rimanere da soli per motivi differenti: ad esempio l’essere abbandonati, piuttosto che l’essere rifiutati, piuttosto che l’essere tagliati fuori o il non essere parte o il non essere riconosciuti come parte di un gruppo.
Tutte queste situazioni sono normalmente temute dagli essere umani e fanno molta paura, anche se qualcuno potrebbe obiettare che qualcun altro desidera, invece, la solitudine, o preferisce rimanere da solo. Più di qualcuno dice, infatti: “Io non vedo l’ora di starmene lontano dagli altri perché da solo sto meglio…”
Certo esiste anche questa evenienza ma, nella mia esperienza, ho notato che quando la solitudine viene ricercata, normalmente è perché ci sono state delle esperienze negative che hanno generato sofferenza all’interno delle relazioni: quindi, se la solitudine è un’esperienza che viene ricercata, normalmente lo è per ripiego, per auto-protezione, per difesa da situazioni negative successe nelle relazioni all’interno delle quali c’è stata comunque una sorta di solitudine per il fatto, ad esempio, di non essere stati riconosciuti o di non essere stati sufficientemente rispettati.
Normalmente, quindi, la tendenza degli essere umani, o quello che li muove di solito, invece, è di avere un buon rapporto con gli altri e temere, invece, il fatto di poter restare da soli, o di non essere parte di una relazione.
Ma come mai la solitudine fa così paura?
Come mai fa così tanta paura da sviluppare una serie di capacità e di abilità nella vita per poterci mantenere in relazione?
Qualcuno sviluppa, infatti, veri e propri aspetti caratteriali di compiacenza o di sottomissione agli altri, per paura di essere abbandonati o per paura di essere giudicati e quindi esclusi.
Il fatto è che la nostra crescita e il nostro sviluppo passano proprio attraverso relazioni, e tutto il nostro sviluppo è mediato dalla relazione.
Quando il bimbo viene al mondo e comincia a svilupparsi, la sua maturazione è possibile soltanto all’interno di una relazione fondamentale, che si chiama “relazione di attaccamento”, all’interno della quale - appunto - il bimbo tende a fare riferimento a una figura grande a cui appoggiarsi; e la figura di riferimento, normalmente la mamma o chi per lei, tende d’altro canto ad accudire e ad accompagnare il cucciolo lungo tutto il suo arco di sviluppo o di crescita.
Questo comporta il fatto che la mamma si sintonizzi con il bambino e risponda quindi al bambino sulla base delle proprie necessità, rimandi al bambino i segnali di presenza, faccia capire al bambino che lei ha capito ciò di cui ha bisogno. In un qualche modo, tutta l’esperienza del bimbo viene quindi mediata dalla esperienza e dalla presenza di un adulto di riferimento.
E la crescita e lo sviluppo sia fisiologico che psicologico e il “senso di sé” che si configura piano piano, si accompagnano all’esperienza di presenza di un adulto di riferimento e quindi si accompagnano al “senso dell’esistenza di qualcun altro”.
Questo comporta quindi il fatto di crescere, svilupparci, diventare pian piano sempre più adulti ma nella consapevolezza e nell’esperienza interna di essere sempre in relazione e a confronto con gli altri.
E questo comporta il fatto che nella nostra vita quello che noi facciamo di fatto non ha importanza soltanto per noi stessi ma continuamente deve avere degli effetti anche nei confronti degli altri; e l’effetto che ha nei confronti degli altri è una parte sostanziale di quella che poi diventerà la nostra esperienza di soddisfazione o meno.
Come se quello che noi andiamo a fare - le attività, i nostri progetti, i nostri obiettivi - debbano avere senso non soltanto per noi ma anche per qualcun altro.
Infatti quando succede che quello che noi facciamo non ha senso per nessuno, diventa di poco senso anche per noi.
Quando nella vita le relazioni si trasformano, cambiano o si interrompono per cui quello che noi facevamo non ha più senso per nessuno, questo genera molta sofferenza a noi stessi. Ed è quello che capita, ad esempio, quando veniamo abbandonati da qualcuno, quando siamo rifiutati oppure quando succedono delle interruzioni di relazione: perché, ad esempio, qualcuno viene meno, oppure perché cambiano i nostri ruoli. Pensiamo, ad esempio, alla possibile crisi che può accadere quando una persona va in pensione: tutto quello che lui faceva non ha più senso per nessuno e questo può mettere molto in difficoltà.
Quindi, questo è il motivo per cui la solitudine fa paura, questo è il motivo per cui il fatto di fare delle cose che non abbiano più senso per nessuno fa paura e genera sofferenza.
Proprio perché la nostra intima natura, la nostra intima struttura psicologica si accompagna continuamente al senso della presenza degli altri; e la presenza degli altri, la qualità della presenza degli altri è parte integrante del nostro benessere e della nostra felicità: questo è il motivo per cui la solitudine è una delle esperienze più temute, è una delle esperienze da cui cerchiamo di rifuggire.
E dovremmo avere la consapevolezza, quindi, che la solitudine e la paura della solitudine non sono qualcosa da giudicarsi perché non sono esperienze che caratterizzano soltanto i bimbi o le persone ancora piccole.
Lungo tutto l’arco della nostra vita abbiamo bisogno di sentire la presenza degli altri e di sentire che la presenza degli altri è una presenza di riconoscimento nei nostri confronti; la presenza degli altri, quindi, rimanda a noi continuamente il fatto che ciò che facciamo ha senso non soltanto per noi stessi ma anche per gli altri.
E questa consapevolezza può aiutarci, quindi, nell’impostare la nostra vita, nell’organizzare i nostri obiettivi, i nostri progetti, ben sapendo che è difficile che qualcosa possa essere soddisfacente se è soddisfacente soltanto per noi stessi.
E quindi nei nostri progetti e negli obiettivi che ci diamo, dovremmo essere consapevoli di includere sufficientemente gli altri, proprio perché di questo ne va della nostra salute psicologica. 

 

Comunicazione Affettiva © 2018 Riproduzione Riservata

Marchi di accettazione PayPal

© 2019 Comunicazione affettiva