Perché i rettili non giocano?


Dott. Danilo Toneguzzi


Nonostante la cinematografia abbia creato nel tempo parecchi cartoon con diversi personaggi tratti dal mondo dei rettili che spesso vengono animati con le caratteristiche umane della simpatia, dell’umorismo e della giocosità, in Natura i rettili non giocano, e tantomeno sembrano essere simpatici, umoristici e divertenti.


Questa osservazione non vuole certamente sminuire il valore di questi esseri viventi, ma può fornire uno spunto interessante di riflessione, anche se la domanda può sembrare banale: perché i rettili non giocano?


Ebbene, la risposta sta nella struttura neurologica di questi esseri filogeneticamente molto più antichi: l’attività del gioco è, infatti, pertinenza dei mammiferi, che si differenziano dai rettili, appunto, per una struttura neurologica più evoluta e sofisticata, dotata di un Sistema di coinvolgimento sociale. I rettili, quindi, non giocano, non perché sono cattivi o musoni, ma semplicemente perché non sono attrezzati neurologicamente per le interazioni sociali.


Ora, però, questo ci da la possibilità di comprendere più a fondo il senso del gioco nei mammiferi, in generale, e ancor di più nei mammiferi superiori, come gli esseri umani. È risaputo, ed è anche intuitivo, che il gioco rappresenta un’attività importante negli esseri umani, soprattutto nei bambini: il gioco è base di sperimentazione, è fonte di apprendimento e di sviluppo della creatività. Ma il gioco possiede anche una funzione fondamentale di regolazione degli stati emotivi e fisiologici; in altri termini, per le strutture neurali coinvolte, il gioco è fondamentale per il benessere dell’individuo.


Per giocare, infatti, sono necessarie due componenti: la prima è l’attivazione del sistema neurovegetativo “simpatico”, la porzione che mobilita l’energia e il movimento; la seconda è l’interazione faccia a faccia, che serve a rimandare i segnali necessari per non far sfociare l’attivazione del sistema simpatico nell’aggressività.


Per giocare abbiamo bisogno di mobilitare energia, ma visto che il sistema che attiva l’energia e il movimento è lo stesso che attiva i comportamenti di lotta e fuga (il sistema simpatico), abbiamo bisogno anche di qualcosa che contenga l’energia all’interno degli argini sociali. E ciò che modula l’energia è proprio l’interazione faccia a faccia, mediata dal punto di vista neurologico dal sistema neurovegetativo “parasimpatico”, e nello specifico, dalla sua componente mielinizzata, che rappresenta la base neurologica, per l’appunto, del Sistema di coinvolgimento sociale.


Se non ci fosse il Sistema di coinvolgimento sociale, la mobilizzazione dell’energia sfocerebbe in aggressività, e il gioco, senza quindi l’interazione faccia a faccia, che rimanda segnali di tipo sociale non solo non sarebbe più piacevole, ma diverrebbe aggressività e possibile violazione.


Il gioco, quindi - come lo definisce S. Porges - "rappresenta funzionalmente un esercizio neurale per l’uso del sistema di coinvolgimento sociale, un sistema unicamente legato ai mammiferi, al fine di ridurre i nostri comportamenti di attacco/fuga per essere in grado di contenere e ‘socializzare’ questo sistema difensivo". Non è un caso che le persone con maggiori difficoltà psico-emotive o con disturbi psichiatrici abbiamo grosse difficoltà in tutte le attività ludico-giocose.


Il gioco, quindi, nella sua funzione di regolazione degli stati fisiologici, prende un’importanza ancora maggiore rispetto a ciò che già sappiamo, e non solo per i bambini, ma anche per gli adolescenti e per gli adulti. In questo, faccio riferimento, ovviamente, alle infinite forme di gioco interattivo, non certo i giochi solitari o mediati dai dispositivi digitali.


Comprendere l’importanza del gioco al fine del benessere neurovegetativo permette, così, non solo di ampliare le forme di aiuto, o di autoaiuto, ma apre anche significative considerazioni sulla qualità dei giochi a cui i nostri ragazzi vengono attualmente esposti.

 

Dott. Danilo Toneguzzi

 

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