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Perché è così difficile comunicare?


PERCHÈ È COSÌ DIFFICILE...?
(Video 20:42)
Dott. Danilo Toneguzzi

 

Perché è così difficile …comunicare?
I motivi per cui è difficile comunicare sono molti, visto che la comunicazione è un pianeta vasto e con una serie di principi e di regole precise che lo governano.
Certamente potremmo dire che ci sono per lo meno due aspetti fondamentali per cui è difficile comunicare.
Il primo aspetto per cui è difficile comunicare è legato sostanzialmente al fatto che quando noi comunichiamo usiamo delle parole, usiamo dei concetti che hanno un significato chiaro per noi, ma non è per nulla garantito che le parole che usiamo abbiano lo stesso significato chiaro o che abbiano la stessa accezione anche per il nostro interlocutore. Per cui noi pensiamo mentre parliamo che l’altra persona capisca ma non è detto; e questo è già un buon motivo sufficiente per comprendere e spiegare parte della incomprensione che spesso accade nel processo della comunicazione.

Ma poi c’è un altro aspetto e forse ancora più importante per cui è difficile comunicare, che è legato al fatto che la posta in gioco quando noi comunichiamo a volte è molto importante. Questo significa che quando noi comunichiamo c’è sempre una quota emozionale: tanto più la posta in gioco è importante - ad esempio nelle situazioni problematiche oppure nelle situazioni conflittuali - tanto più la carica emotiva sale; l’intensità emotiva si fa sentire e quindi dobbiamo saper gestire anche le nostre emozioni nel momento in cui noi stiamo interagendo con l’altra persona.

Ed è questa la cosa sostanzialmente difficile da gestire: questo ci riporta, cioè, al fatto che la comunicazione non è soltanto uno scambio tecnico di informazioni tra due interlocutori ma è parte di una relazione con tutto quello che questo comporta, soprattutto una quota emotiva che a volte è intensa e quindi è difficile da gestire. E tanto più la quota emotiva, ad esempio nelle situazioni di delusione o nelle situazioni di risentimento, tanto più la carica emotiva è intensa, tanto più difficile è restare chiari, restare lucidi e avere quello spazio necessario per poterci assicurare che i nostri messaggi vengano sufficientemente compresi dal nostro interlocutore.
È così difficile comunicare, quindi, sostanzialmente perché è difficile gestire le emozioni all’interno delle nostre relazioni.

Perché è così difficile ...capirsi?
È difficile capirsi perché il processo della comunicazione è più complesso di quello che si potrebbe pensare.
Noi abbiamo l’idea di mandare dei messaggi e che questi messaggi vengano semplicemente ricevuti dal nostro interlocutore.

Di fatto la faccenda è un po’ più complessa perché quando noi mandiamo un messaggio - in realtà - quel messaggio è già un modo con cui noi abbiamo tradotto, con cui noi abbiamo, cioè, codificato quella che è una nostra intenzione. Infatti, a monte del processo di comunicazione, c’è innanzitutto un’intenzione; ma per comunicare dobbiamo tradurre con delle parole - con delle modalità - questa nostra intenzione in dei messaggi che arrivino al nostro interlocutore. C’è, quindi, un processo di “codifica” necessaria che noi mettiamo in campo ogni volta che mandiamo e che diciamo qualcosa al nostro interlocutore.
Dal punto di vista del nostro interlocutore avviene, invece, il processo inverso, ovvero lui ascolta un messaggio che arriva e deve cercare di capire che cosa vogliamo dire: deve operare, quindi, un processo di “decodifica”.

Ora, questo spazio di codifica e di decodifica creano una sorta di circolarità all’interno della comunicazione per cui tutto quello che noi diciamo è frutto di una codifica che noi mettiamo in campo e tutto ciò che noi comprendiamo è frutto della decodifica che noi operiamo nei confronti del messaggio che ci arriva dal nostro interlocutore.
Questi aspetti di codifica e di decodifica, che continuamente accompagnano il processo della comunicazione, sono sostanzialmente un elemento soggettivo, e quindi è legato a quanto noi riusciamo a trovare dei buoni modi per tradurre le nostre intenzioni in dei messaggi e a quanto accuratamente riusciamo a decodificare - e quindi a comprendere - il messaggio che ci arriva nell’interazione con l’altro.

Ma proprio in questo spazio di codifica e di decodifica si generano le incomprensioni umane; per cui sarebbe fondamentale che, quando noi pensiamo di aver capito quello che il nostro interlocutore ci dice, ci assicurassimo che ciò che noi abbiamo compreso corrisponda esattamente a quello che il nostro interlocutore ci voleva dire. Ma la maggior parte delle volte noi bypassiamo questa necessità di assicurarci di aver compreso e quindi pensiamo di aver capito quello che il nostro interlocutore ci diceva, anche se in realtà poi scopriamo che non è così.
È difficile capirsi, quindi, sostanzialmente perché nelle nostre interazioni non siamo sufficientemente disposti ad ascoltarci.

Perché è così difficile …ascoltare?
È vero, l’ascolto non è sicuramente la capacità di cui la maggior parte degli esseri umani è specialista.
Ascoltare, in realtà, significherebbe prendere atto di qualcosa che l’altro ci sta dicendo. Ma il fatto è semplice: la maggior parte delle volte quello che l’altro ci sta dicendo è diverso da quello che noi pensiamo.

Noi abbiamo il nostro modo di vedere e commettiamo inconsciamente l’errore di pensare che anche per le altre persone le cose stiano esattamente come stanno per noi. Per cui, noi abbiamo i nostri filtri, abbiamo le nostre idee, abbiamo il nostro modo di vedere le cose e quindi quando entriamo nell’interazione con gli altri pensiamo che il nostro modo di vedere corrisponda a quello degli altri. Ma visto che gli altri sono sostanzialmente diversi, molto spesso succede che quello che l’altro ci sta dicendo è diverso da quello che pensiamo: ascoltare, quindi, significa prendere atto di qualche cosa che l’altro ci sta dicendo e che potrebbe essere diverso da quello che noi credevamo.

Quindi, sostanzialmente, ogni volta che noi ascoltiamo, siamo nella possibilità di cambiare idea: questo è il punto centrale per comprendere come mai è così difficile ascoltare. Molto spesso, quando noi ascoltiamo, siamo portati a cambiare.
Siamo portati a cambiare, a volte, in senso di arricchimento delle nostre conoscenze: questo è un processo che noi, il più delle volte, accogliamo di buon grado. Ma, per converso, quando si tratta di avere delle informazioni che vanno a cambiare quelli che sono i nostri modi di vedere o di pensare in merito a certe situazioni, in tali frangenti mettiamo in campo delle resistenze.

La difficoltà dell’ascoltare, cioè, corrisponde alla difficoltà nel cambiare idea, corrisponde alla difficoltà nel cambiare il nostro modo di vedere le cose o le circostanze o determinate situazioni. E questo è tanto più intenso come processo di resistenza tanto più ci ritroviamo, ad esempio, in questioni ideologiche oppure in questioni che hanno a che vedere con dei conflitti: quando siamo nel conflitto con qualcuno abbiamo il nostro modo di vedere e, se ascoltiamo veramente il punto di vista dell’altro, rischiamo di dover cambiare idea.

E quando siamo, ad esempio, in una situazione conflittuale o emotivamente carica è chiaro che istintivamente ci viene da tenerci arroccati sulle note posizioni; per cui, per non cambiare idea, siamo portati inconsciamente a non ascoltare - a non comprendere - a non prendere veramente atto, cioè, di quello che l’altro ci sta dicendo.
Quindi, sostanzialmente, abbiamo difficoltà ad ascoltare proprio nei termini in cui abbiamo difficoltà a cambiare le nostre idee.

Perché è così difficile ...parlare chiaro?
La maggior parte delle persone ha grande difficoltà a parlare chiaro: ha difficoltà nello spiegarsi, ha difficoltà nel far sapere esattamente cosa pensa e, sopratutto, ha difficoltà nel chiarire determinate situazioni, quando si ritrova a disagio a seguito, il più delle volte, di qualche cosa che è successo nella interazione con qualcuno.

Il fatto è che quando parliamo chiaro - quando noi cerchiamo di chiarire determinate situazioni - il messaggio che mandiamo all’altra persona, normalmente, non è un messaggio piacevole, soprattutto quando cerchiamo di far sapere all’altra persona che qualcosa che lui ha fatto o qualcosa che ha detto, o magari qualcosa che lui non ha fatto o non ha detto, ci ha creato un disturbo, ci ha creato una difficoltà, insomma, quando siamo rimasti male per qualcosa.

Quando noi mandiamo un messaggio di questo tipo è chiaro che il messaggio non fa piacere all’altro; quindi sappiamo inconsciamente che se parliamo chiaro l’altro rischia di reagire; e la paura della reazione dell’altro è ciò che inibisce la maggior parte delle persone! Per cui, di fronte alla possibilità di chiarire determinate situazioni la maggior parte delle persone preferisce non farlo, oppure cerca di farlo con dei giri di parole, o, ancora di più, spera che l’altro se ne accorga da sé. Ma sappiamo dall’esperienza che, se non chiariamo determinate situazioni, molto spesso l’altro non se ne accorge, e quindi non capisce da sé che quello che ha fatto o quello che ha detto ci ha creato una difficoltà.
Proprio la paura della reazione degli altri va ad inibire - va a rendere difficile - il fatto di chiarire, o di quello che chiamiamo normalmente “parlare chiaro”.

Questo accade alla maggior parte delle persone; anche se, tuttavia, una più piccola parte delle persone dice che non ha problemi nel chiarire; anzi, alcune persone vanno come fiere del fatto di parlare chiaro, di “essere oneste”. Qualcuno dice: “Ah, io sono una persona che dice esattamente quello che pensa e che parla chiaro”. Come se fosse una virtù quella di dire sempre quello che si pensa.

In realtà, questa più piccola parte delle persone opera una sorta di censura, opera una sorta di “non considerazione” della reazione dell’altro. Cioè, a queste persone - che normalmente sono persone tendenzialmente aggressive - viene facile parlare chiaro semplicemente perché non tengono in considerazione, o se ne fregano, della reazione che può avere l’altra persona. Per cui, apparentemente viene spacciata come virtù il fatto di essere chiaro, dire quello che si pensa, in realtà questo diventa facile per queste persone soltanto perché non tengono in considerazione l’effetto che la loro comunicazione può avere sugli altri. E, in effetti, quello che poi normalmente succede è che le persone tendenzialmente aggressive e che quindi “parlano chiaro” hanno dei feedback negativi, oppure, in ogni caso, la persona non comprende e non accoglie quello che vanno a dirgli.

Quindi, la grande difficoltà nel parlare chiaro consiste in questo, e cioè di generare nell’interlocutore una reazione emotiva di disturbo e la necessità di doverla gestire.
La maggior parte delle persone evita questo, e tende ad inibirsi di conseguenza; un’altra parte, più piccola normalmente, la minor parte delle persone, invece, non si occupa della reazione dell’altro, e sembra essere più facilitata nel chiarire.

A conti fatti, sia nell’inibizione che nell’aggressività non si riesce a chiarire bene quello che dev’essere chiarito perché chi si inibisce rischia di restare con il fatto che l’altra persona non ha capito quello che invece sarebbe importante capire. Chi invece è aggressivo - e se ne frega della reazione dell’altro spacciando per virtù il fatto di essere onesto e dire sempre quello che pensa - rischia di compromettere la relazione: e questo non sembra essere questo gran buon risultato.
La difficoltà nel parlare chiaro, quindi, consiste sostanzialmente nella difficoltà di far sapere all’altro qualche cosa che è importante per noi ma al tempo stesso tenere sufficientemente in considerazione e saper gestire la reazione emotiva dell’altro.

Perché è così difficile ...fare pace?
Beh, se ci troviamo nella situazione in cui possiamo fare pace con qualcuno significa che siamo in guerra.
Se siamo in guerra con qualcuno significa che sono successe delle cose che ci hanno fatto soffrire, che ci hanno disturbato; quindi, normalmente, ci ritroviamo in guerra - cioè ci ritroviamo in quei circoli di escalation e di ostilità - ogni volta che non riusciamo a risolvere determinate situazioni problematiche, oppure quando ci ritroviamo in conflitto con qualcuno e non ne veniamo a capo.

Il fatto è che quando siamo in conflitto - quando siamo, quindi, in guerra con qualcuno - abbiamo normalmente la sensazione di aver subito un torto e che questo ci ha arrecato disturbo e quindi abbiamo un sentimento di fondo di credito: abbiamo, cioè, la sensazione che l’altro è mancato in qualcosa, che ci ha fatto soffrire e che, quindi, come minimo, dovrebbe riconoscere quello che ci ha fatto, e trovare un modo per compensare se è possibile il torto che ci ha fatto.

Ma è facile intuire che è difficile nelle situazioni di conflitto riuscire a far capire all’altra persona che - dal nostro punto di vista - è mancato in qualcosa, che ha sbagliato e che siamo, quindi, nell’aspettativa che lui riconosca questo, e trovi una forma di compensazione. È molto difficile perché - se siamo in guerra - il nostro interlocutore vive esattamente la stessa cosa: anche lui, cioè, si sente in credito, anche lui sente che abbiamo mancato in qualcosa e anche lui è nell’aspettativa di essere riconosciuto nel torto subito (per lo meno nella sua percezione) ed è nell’aspettativa che noi compensiamo ciò che abbiamo fatto di male nei suoi confronti.

Questo crea una situazione nella quale, al di là del fatto che sia vero o non vero, entrambi gli interlocutori vivono la medesima situazione con una percezione di ingiustizia e quindi l’aspettativa di dover essere riconosciuti e compensati. Tutti e due hanno la stessa aspettativa. E tutto questo è mosso ed è sostenuto da un profondo bisogno degli esseri umani che è proprio un profondo bisogno di giustizia. Ed è proprio questo bisogno di giustizia che ci mantiene arroccati sulle nostre posizioni e che ci mantiene sostanzialmente sul piede di guerra.
E si può capire, inoltre, quanto sia difficile in una situazione di questo tipo riuscire ad ascoltare veramente la prospettiva e il punto di vista dell’altro, perché abbiamo paura di cedere, abbiamo paura di renderci conto che in effetti l’altro ha ragione e quindi di non poter avere il nostro riconoscimento e di avere la nostra compensazione.
Tra l’altro è anche molto difficile questa “ricompensa” perché il più delle volte è difficile quantificare ciò che, in realtà, non si può monetizzare, come un’offesa, o un torto. Come si può monetizzare una delusione, ad esempio?

Certo, sarebbe importante, però - anzi, diventa fondamentale nel processo di riconciliazione - il fatto che l’altra persona possa per lo meno riconoscere che abbiamo sofferto per qualche cosa che centra con il suo comportamento, anche se agito assolutamente in buona fede e non quindi per cattiva volontà.
Ebbene questo intreccio o questo schema che si viene a creare - che alimenta la paura di poter perdere la posizione di credito - fa si che i due interlocutori restino arroccati nelle proprie posizioni e si chiudano all’ascolto reciproco. Ma per poter far pace - per poterci riconciliare - sarebbe, invece, fondamentale che entrambi gli interlocutori fossero abbastanza disposti ad ascoltare la prospettiva dell’altro e ad ascoltare il punto di vista che molto probabilmente è diverso dall’idea che noi ci siamo fatti.
È così difficile fare pace, quindi, è così difficile riconciliarsi proprio perché abbiamo paura di non avere giustizia.

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