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Giudizi e Relazioni


Dott. Danilo Toneguzzi


Il giudizio è una delle tante espressioni della nostra mente. Giudichiamo automaticamente, molto spesso senza neppure rendercene conto. Fa parte della necessaria attività di “valutazione” per muoverci nel mondo. Ciò non toglie che il giudizio ha un effetto in chi lo “riceve”, e spesso l’effetto è negativo.
L’effetto negativo del giudizio va ricercato sostanzialmente in due fattori.


Il primo è legato al “tipo” di giudizio, ovvero all’attribuzione o “etichetta” che appiccichiamo addosso all’altro: ad esempio, se giudichiamo il nostro partner come “inaffidabile” e “menefreghista”, queste etichette configurano un’identità negativa che, molto probabilmente, causerà dolore e svalutazione nell’altro. Così come tutte le etichette che molto spesso “colorano” la nostra comunicazione interpersonale: “stupido”; “deficiente”; “ignorante”; “cattivo”; “egoista”; ecc…


Ma il secondo fattore, forse, è ancora più importante, ed è legato al fatto che - come sostiene il principio dialogico di M. Buber - quando giudichiamo l’altro, la qualità della relazione cambia. Quando etichettiamo l’altro, smette di essere un “Tu” e diventa un “Esso”: in altri termini, ci rapportiamo all’altro non riconoscendo più la sua umanità. Ed è l’inizio, quindi, di una comunicazione “disumanizzata”, che può prendere la forma dell’ostilità, o del disprezzo, o della manipolazione. Da questo punto di vista, quindi, il giudizio ha un effetto negativo perché ci porta in una qualità della relazione nella quale non riconosciamo più l’altro nel suo essere un “essere umano”.


Cosa fare quindi? Difficile pensare di poter essere così illuminati da trascendere i giudizi: dobbiamo accettare, infatti, che fanno parte della nostra natura psicofisica.
Realisticamente parlando, quindi, possiamo cominciare a diventare consapevoli di questo aspetto e iniziare, per lo meno, a non giudicare il fatto che giudichiamo.
Diventare consapevoli del meccanismo e non giudicarlo. Se ci riesce questo, allora si crea lo spazio, non tanto per non giudicare l’altro, ma per poter prendere una prospettiva anche diversa rispetto a quella giudicante. Così possiamo fare esperienza del fatto che il giudizio è soltanto “una” prospettiva, che non è “l’unica”, e che quindi non ne esclude altre. Il giudizio, così, non scompare, ma perde forza. Realisticamente parlando, quindi, non possiamo “non giudicare”; possiamo però “indebolire i giudizi”, e, di conseguenza, indebolire gli effetti negativi…

 

Dott. Danilo Toneguzzi

 

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