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Costretti a stare vicini: il pericolo della conflittualità


Dott. Danilo Toneguzzi

 

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Uno dei temi riportati frequentemente dalle persone che cercano aiuto in questi giorni è legato all’amplificazione emotiva che le misure di contenimento e le limitazioni del movimento comportano. La convivenza, a tutti gli effetti forzata, costringe ad un’interazione più stretta. E se, per assurdo, molte persone soffrono a causa dell’isolamento forzato come gli anziani, ad esempio, che non possono vedere le persone care, figli, nipoti, molte persone soffrono, al contrario, a causa dell’essere costretti a stare troppo vicini. Mi riferisco nello specifico a quelle situazioni familiari nelle quali le relazioni non sono per nulla pacifiche: conflittualità tra i partner, o conflittualità con i figli, o tra fratelli.


Ogni medaglia ha due lati: per qualcuno essere costretti a stare lontani può essere fonte di sofferenza, così come, per qualcun altro, essere costretti a stare vicini può amplificare un disagio, fino a sfociare in situazioni di evidente sofferenza. In queste settimane ho avuto la possibilità di sentire parecchie persone in difficoltà proprio a causa della forzata convivenza. Mi riferisco, ad esempio, a persone che vivono in una relazione di coppia conflittuale, o a genitori in difficoltà con figli ribelli, difficili da gestire o francamente problematici.


Le relazioni spesso presentano dei problemi, e purtroppo in tanti casi le problematiche non riescono ad essere superate, per cui la qualità della relazione si danneggia progressivamente. Ecco che, quindi, vi sono situazioni di tensione, di ostilità, di conflitto fino ad arrivare a vere e proprie guerre domestiche. La violenza in famiglia, purtroppo, esiste, è una piaga sociale tristemente nota, anche se normalmente si tende a nascondere e negare il fenomeno. E queste ultime settimane caratterizzate dalle limitazioni a causa dell’emergenza, hanno purtroppo amplificato tanti scenari di conflittualità o di violenza domestica e per qualcuno la convivenza, con il partner ma anche con i figli, è diventata un vero e proprio incubo.


E cosa si può fare…? Beh… Fermo restando che la violenza è un reato, in situazioni franche la cosa andrebbe comunque denunciata o segnalata alle istituzioni, indipendentemente dal particolare momento che stiamo vivendo: esistono diverse risorse, le forze dell’ordine, associazioni, centri anti-violenza, ecc. a cui si po' e si dovrebbe chiedere aiuto. Ma nella maggior parte delle situazioni, dove la difficile convivenza non sfocia, per fortuna, nella violenza, la faccenda deve essere gestita dalle persone coinvolte, senza l’aiuto esterno. Ora è chiaro che è improponibile pensare di risolvere in un momento particolare una situazione che magari dura da anni, però, per lo meno, si può fare appello al momento particolare per “chiedere una tregua”. In tutte le guerre ci sono le tregue, e anche in casa possiamo chiedere una tregua. Non c’è la pretesa di risolvere tutto, non sarebbe realistico… ma soltanto rendere l’aria più respirabile per tutti… Sembra una cosa da poco, ma funziona, ed è il meglio che possa fare.


Si tratta di far leva sulla ragionevolezza, che, anche se a volte sembra essere completamente assente, in realtà ogni individuo in fondo possiede. Si può chiedere aiuto al partner, o a un figlio, o alla persona con cui si è in conflitto, facendo leva sulla sua ragionevolezza di accettare una tregua, per il bene di tutti. Far leva sulla ragionevolezza, evoca nel nostro interlocutore la ragionevolezza stessa per cui, la maggior parte delle volte si apre la disponibilità a cambiare registro.


E non è detto che con la scusa dell’emergenza, calmando la conflittualità in nome di una tregua, il clima si rassereni quel poco che basta per dare poi una svolta alla relazione in una direzione più pacifica.

 

Dott. Danilo Toneguzzi

 

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